41. Liti non abbiatene mai 23, o troncatele al più presto; altrimenti l'ira diventa odio e trasforma una paglia in trave 24 e rende l'anima omicida. Così infatti leggete: Chi odia il proprio fratello è un omicida 25

42. Chiunque avrà offeso un'altra con insolenze o maldicenze o anche rinfacciando una colpa 26, si ricordi di riparare al più preso il suo atto. E a sua volta l'offesa perdoni anche lei senza dispute. In caso di offesa reciproca, anche il perdono dovrà essere reciproco, grazie alle vostre preghiere 27 che quanto più frequenti tanto più dovranno essere sincere. Tuttavia chi, pur tentata spesso dall'ira, è però sollecita a impetrare perdono da chi riconosce d'aver offeso, è certamente migliore di chi si adira più rapidamente ma più difficilmente si piega a chiedere perdono. Chi poi si rifiuta sempre di chiederlo o non lo chiede di cuore 28, sta nel monastero senza ragione alcuna, benché non ne sia espulso. Astenetevi pertanto dalle parole offensive; ma se vi fossero uscite di bocca, non vi rincresca di trarre rimedi da quella stessa bocca che diede origine alle ferite.

43. Quando però per esigenze di disciplina siete indotte a usare parole dure nel correggere le inferiori, non si esige da voi che ne chiediate perdono, anche se avvertite di aver ecceduto: per salvare un'umiltà sovrabbondante non si può spezzare il prestigio dell'autorità presso chi deve starvi soggetto. Bisogna però chiederne perdono al Signore di tutti, che sa con quanta benevolenza amiate anche coloro che forse rimproverate più del giusto. L'amore tra voi, però, non sia carnale, ma spirituale.