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I Gesuiti non tennero a lungo S. Chiara e, nel 1586 il P. Simone Arpe rettore del Collegio otteneva dal P. Acquaviva Claudio, Generale dell’ordine, di poter cedere quella chiesa ai P. Domenicani del Convento di S. Domenico in Genova. L’atto di cessione avvenne il 10 Ottobre 1586 nel quale i Gesuiti cedevano gratuitamente ai Domenicani e per essi al loro Priore fra Paolo Pietrasanta, la chiesa con casa e giardino coll’obbligo di uffiziare la chiesa celebrandovi tutto l’anno la Messa festiva e da Pasqua a S. Martino anche nei giorni feriali.

Collo stesso atto vendevano agli stessi acquirenti per Lire 760 i tre pezzi di terreno da loro acquistati come si disse. L’atto ricorda, fra l’altro, la festa di S. Chiara che si celebrava con particolare solennità e con molte Messe. I Domenicani ne prendevano possesso tre giorni dopo nella persona del suddetto Priore, e del Sindaco del Convento P. Nicolò Podestà e di altri frati stendendone l’atto il Notaro Marc.Antonio Molfino della Curia Arcivescovile. Ai Domenicani il Monastero di S. Chiara deve la sua risurrezione e la sua prosperità, per i grandi lavori d’ampliamento che vi seguirono. A principio però anche i nuovi possessori si trovarono a disagio a S. Chiara; e passati appena tre anni dall’acquisto, nel 1590, trattavano già di disfarsene ma non trovarono acquirente. Essi intanto dal 1593 cominciarono a trascurare il servizio religioso, lasciando mancare la Messa quasi sempre d’inverno e, qualche volta anche la festiva d’estate, con grande scomodo degli abitanti, i quali erano perciò costretti a recarsi ad ascoltarla all’Annunziata di Sturla o a S. Luca d’Albaro. Nel frattempo però e fino al 1594, i Domenicani desistettero dal pensiero di vendere qual luogo, ed anzi deliberarono di comprare alcune terre limitrofe e ristorare e ingrandire la fabbrica però non si fece nulla; e solo nel 1609 si eseguirono i restauri necessari per impedire la rovina dell’edificio. Finalmente nell’anno 1611 le sorti di S. Chiara cominciarono a prosperare per opera del P. Vincenzo De Ferrari detto comunemente Moltedo eletto nel Marzo di quell’anno Cappellano e Vicario perpetuo di S. Chiara. Egli era un distinto religioso, copriva la carica di Vicario del S. Uffizzio in Genova, ed era un valente predicatore. Benché noto in Genova, era stato ascritto ad un convento di Sicilia: ma ritornato in Patria fu accolto nel Convento di S. Domenico della nostra Città il 18 Luglio 1572: e le cronache dell’Ordine esaltano il merito del gran bene da lui fatto al luogo di S. Chiara, del quale resse l’amministrazione per 17 anni, cioè fino alla sua morte avvenuta l’8 Aprile 1628. Dedicatosi al bene di quel piccolo Convento cominciò a riscattare i redditi ad esso lasciati dai Signori Fattinanti, che fino allora non si erano potuti godere, ottenendo dall’ultimo superstite della famiglia patronale, Gio.Battista Fattinanti che erasi stabilito a Napoli, una nuova e incondizionata donazione al luogo di S. Chiara al Convento di S. Domenico di Genova. La donazione porta la data 1 Aprile 1616. Assicuratosi il pacifico possesso della Chiesa e Convento, si accinse ad aumentare la mole di questo: cosa troppo necessaria, poiché fino allora non era che la piccola casa donata dal Fattinanti, capace di alloggiare appena poche persone e insufficiente affatto per uso di numerosa comunità. Le carte dell’Archivio Domenicano consultate dal Vigna ricordano grandi lavori fatti in questo periodo, consistenti nella costruzione a nuovo dei due corpi di fabbrica composti di piano terreno e piano superiore, prolungatisi uno dall’antica casetta verso mezzogiorno e l’altro da questo punto traversando da levante a ponente; sicché vi riuscì il Chiostro interno e piccolo cortile e, buon numero di stanze, con ampia scala che è nell’angolo sud-est del cortile. Così per lo zelo del P. Moltedo, il Convento si portò a questo stato, in cui si mantenne fino alla costruzione del braccio nuovo, fatto dagli Agostiniani pochi anni or sono. Anche la Chiesa ebbe ristori, benché non possiamo conoscerli dettagliatamente. Fu però rispettato l’affresco nel lunetto a sesto acuto sopra la porta di facciata rappresentante al dire del Remondini (Parrocchia suburbana I 215) la Madonna col Cristo morto e un santo non identificato. Sventuratamente questo prezioso cimelio dell’Antichità fu raschiato via e distrutto negli ultimi restauri. P. Moltedo ampliò pure la villa, acquistando dai vicini proprietari diversi pezzi di terreno che ora fanno parte della villa. Un primo pezzo l’acquistava da Gio.Batta De Moro di Andrea per 12 ducati di Napoli, il 30 Ottobre 1613; altri due ne acquistava da Pietro De Moro di Paolo per la complessiva somma di Lire 500 con atti del 9 Febbraio 1615 e 10 Marzo 1617; un quarto da Francesco De Moro di Nicolò per 400 Lire il 20 Maggio 1618. Nel 1632 il P. Valentino Maccari da Ventimiglia coronava l’opera del P. Moltedo, morto da quattro anni, colla costruzione del muro di cinta dell’intera villa.

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