Monastero di S. Ignazio

A sostituire il cadente monastero di Piccapietra, la Provvidenza preparava per le nostre suore un nuovo asilo nel monastero di S. Ignazio in Carignano. Tra questo, l’antico Noviziato dei Gesuiti; per la soppressione della Compagnia di Gesù avvenuta nel 1773, il locale restò disabitato e nel 1793 dopodiché veniva sottoposto all’asta pubblica e ne restarono aggiudicatarie le monache di S. Maddalena, nella speranza e persona del loro procuratore.

Per pagarne il prezzo le monache alienarono altrettanti luoghi del Banco di S. Giorgio. Ottenutane la facoltà dalla Santa Sede con rescritto della S.C. dei Vescovi e Regolari il 15 marzo; dal Senato il 29 aprile e dall’Arcivescovo il 2 maggio 1793, stendevano l’atto con il notaio Giuseppe Andora il 3 maggio 1793. Il nuovo locale comprendeva la casa del Noviziato con chiesa, giardino e villa, ossia terreno coltivato a piante e vigna. La chiesa che tutt’ora si conserva, benché cambiata in magazzino, era stata eretta dai Gesuiti verso l’anno 1726, mentre fino all’ora non vi era che una cappella a piano terra della casa. È opera dell’architetto G.B. Ricca da Oneglia che di tante belle chiese di stile barocco adornò Genova e la riviera. Ecco come veniva descritta: “Chiesa di S. Ignazio che fu già Noviziato dei PP. Gesuiti, che qua lo avevano trasferito da Paverano l’anno 1660, avendo perciò comprato un palazzo dei G.S. de Franceschi, il quale era egregiamente dipinto da Andrea Semino, ma molte di quelle pitture a causa della nuova fabbrica sono state distrutte, alcune però tuttavia se ne conservano. La chiesa fu ultimamente eretta con disegno di G.B. Ricca da Oneglia; ed un laico gesuita, soprannominato Castiglione, ha colorito il S. Ignazio all’Altare maggiore e gli altri due laterali ha dipinto in due grandi tele la morte di S. Stanislao e la Vergine che porge il Bambino a S. Luigi l’Abate Ferrari con leggiadra e diligente maniera. Nella cappella ossia oratorio interno, dipinto da un allievo di Domenico Piola è una tavola con la Concezione della Vergine del P. Pozzi. Nel refettorio per ultimo sono molti quadri ad olio del già menzionato Castiglione che per equivoco si dissero nella prima parte, edizione di quella guida di un certo Venghier, francese”. Nella nuova dimora andarono subito a stabilirsi le suore, con a capo la Madre Priora Maria Teresa Fontana e da allora la comunità aggiunse al titolo di S. Maddalena quello di S. Ignazio titolare della chiesa. La comunità non doveva essere molto numerosa. Tre anni dopo nel 1796 essa contava 19 suore, crebbe però nella pace del nuovo monastero e pochi anni dopo troviamo che essa consta di 28 religiose. Purtroppo per poco doveva durare quella pace e tranquillità. La rivoluzione scoppiata a Genova nel 1797 portava lo scompiglio in tutte le comunità religiose, prese sempre di mira in modo speciale dagli elementi sovversivi, nemici di Dio e dell’ordine. È curioso, per non dire impudente, il tono con cui il corpo legislativo il 4 ottobre 1798 annunciava la manomissione dei conventi religiosi: “Mentre una mano riformatrice si va stendendo sopra tutte le istituzioni sociali, per portarsi via tutto, queste ancora dei Monasteri devono essere tolte dallo stato di degradazione in cui si trovano e richiamate nell’antica loro semplicità”. La deliberazione dava così piena facoltà al direttorio esecutivo: “di far quelle soppressioni, concentrazioni e traslocamenti delle corporazioni religiose di ambo i sessi, che crederà convenienti”.  Stabilisce che i membri delle comunità soppresse siano riuniti nelle case superstiti. Autorizza il direttorio a prendere possesso dei beni dei conventi soppressi e venderli all’asta pubblica, il ricavato sarà destinato alle scuole, agli ospedali, alle strade, al commercio, al riscatto degli schiavi liguri ed altre opere di beneficenza. Ai religiosi dei conventi soppressi è assegnata una pensione vitalizia, come pure a quelli che preferiscono tornare alle proprie famiglie. “Nessuno potrà vestire né professare in alcune degli ordini e congregazioni religiose di ambo i sessi fino a nuova deliberazione del corpo legislativo, ed i vestiti non ancora professi dovranno uscire entro il termine di trenta giorni”. Il direttorio esecutivo non fu meno pronto e zelante nell’eseguire queste leggi: i monasteri furono decimati, sopprimendone molti e concentrando i minori in altri maggiori. Anche la comunità delle Agostiniane di Carignano fu colpita dall’iniqua sentenza: le cittadine monache dovevano sgombrare il monastero con tanti sacrifici acquistato da appena sei anni. In quel tempo di “civismo” purtroppo tutto risuonava del titolo di “Cittadino”; la sentenza fu modificata, nel senso che le Agostiniane di S. Maddalena e S. Ignazio restassero nel loro monastero, dove però sarebbero concentrate anche le Benedettine del soppresso monastero di S. Marta, come diremo più diffusamente in seguito. Così la comunità duplicava di numero per l’annessione delle Benedettine ma continuò a vivere nel monastero di S. Ignazio ancora per altri undici anni, finché venne la più ampia soppressione dei monasteri fatta da Napoleone nel 1810 (13 settembre) che colpì definitivamente quel monastero delle Agostiniane ordinandone la concentrazione in quello di San Sebastiano  L’ordine però non fu eseguito che in minima parte, poiché invece di concentramento si ebbe una vera dispersione, essendosi le monache ritirate in diversi conventi di Genova, non solo, ma varie di esse in case private. Le poche suore che si ritirarono in S. Sebastiano vi furono accolte con la più grande carità, ed ivi continuarono la loro vita di preghiera e di sacrificio tutte unite nel vincolo della comune sventura aspettando il giorno in cui, cessate quelle burrascose vicende, potessero trovare un nuovo e proprio nido. E così avvenne. Nel 1815, eclissatosi l’astro napoleonico, Genova fu sottoposta al Re di Sardegna Vittorio Emanuele I e da allora comincia il periodo di restaurazione dei monasteri. Le nostre suore respirarono, sperando di tornare al loro monastero di S. Ignazio, ma Vittorio Emanuele era devoto ai Gesuiti nella cui compagnia si trovava il fratello, inoltre Re Carlo Emanuele aveva promesso il monastero a questi Padri che l’avevano posseduto prima delle monache. C’era quindi il rischio di perdere il monastero ma le monache Agostiniane non si arresero poiché avevano comprato in contanti, con l’approvazione ecclesiastica e civile, l’immobile di S. Ignazio, loro ceduto dalla deputazione liquidatrice gesuita; la Compagnia di Gesù, soppressa dalla Chiesa stessa, non poteva ormai vantarsi diritti di sorta. Le diverse istanze da parte delle monache alle autorità civili ed ecclesiastiche per sistemare la situazione ebbero risposte alternativamente favorevoli e contrarie. La Commissione Apostolica, nominata dalla S. Sede per la sistemazione dei beni ecclesiastici nel Ducato di Genova, dava ripetutamente ragione alle monache, affermando il loro diritto sul monastero.  Il Re Carlo Felice, succeduto a Re Vittorio Emanuele I, non volendo contrariare le promesse fatte da questo ai Gesuiti, pagava alle suore la somma di Lire 40.000 perché si potessero comprare un altro monastero. Intanto il monastero di S. Ignazio continuava ad essere sempre occupato dalle truppe, motivo per cui anche la Commissione Apostolica decise di assegnare alle suore Agostiniane un altro monastero e nel 1829 ordinava ai Padri Agostiniani Scalzi di Genova di cedere alle loro sorelle Agostiniane uno dei loro conventi: quello di S. Nicola o quello della Madonnetta, a loro scelta, con metà della villa attigua ad ambedue, mentre assegnava il monastero di S. Ignazio ai Padri Somaschi, i quali dovevano cedere il convento dell’Annunziata ai Minori Osservanti. Alle monache di S. Ignazio assegnava pure una rendita di Lire 3.000 da iscriversi nel debito pubblico. La decisione però non ebbe esecuzione e gli Agostiniani continuarono a stare nei monasteri di S. Nicola e della Madonnetta, ove si trovano tutt’ora. Le nostre suore, persa ormai ogni speranza di riavere il monastero di S. Ignazio, pensarono di cercarsi da sé un altro monastero e lo trovarono in Salita S. Rocchino, come diremo in seguito.