Una pagina gloriosa, per quanto lugubre, nella storia del Monastero di S. Chiara è quella della peste del 1656-1657. Questa pagina è segnata dalla terribile pestilenza detta “peste nera” o “bubbonica” che infierì in Genova e Liguria, da Savona a Chiavari e nelle Valli del Bisagno e Polcevera, fu una delle più micidiali che ricordi la storia;

e tanto fu la sua strage che, al dire dell’annalista Casoni: “sembrò che Dio pressoché cruccioso e pentito di avere alla nostra Città date tante prove della clemenza e beneficenza sua, si rivolgesse ad usare con lei il rigore della giustizia per ispegnere affatto gli abitatori” (Annali della Repubblica di Genova 1656). Infierì dal Giugno 1656 sino al Dicembre 1657; ma la maggiore strage fu nei mesi di Giugno e Luglio del 1657, in cui in città morivano fino a 700 e 1000 persone per giorno. In tutto il tempo ne morirono più di 70.000, sicché cessata la peste non ne rimasero se non 2.000 abitanti. Nella Valle del Bisagno ne morirono circa 12.000 e in Polcevera compreso Sampierdarena e Cornigliano 10.000. La peste manifestavasi con bubboni o grossi foruncoli all’esterno del corpo, che divenivano tosto lividi e cancerosi. Era comunemente attaccaticcia, ma chi era guarito una volta, non correva più pericolo di contrarla. Produceva ai poveri infermi una febbre così ardente, da renderli frenetici; e se ne videro di quelli presi da tale furore, da balzare il letto e uccidere gli infermi vicini, o precipitarsi dalle finestre. I primi casi di peste si manifestarono presso Sturla, cagionati dal contatto di robe infette provenienti dall’Italia meridionale dove già infieriva il contagio e, tosto si diffuse per tutta la Città e luoghi adiacenti. Le autorità organizzarono tosto un vasto servizio sanitario. Apersero Lazzaretti, oltreché nel Lazzaretto della Foce, nell’Ospedale di Pammatone, nell’Ospedale degli Immobili, negli Oratori di S. Andrea, di S, Stefano, di S. Bartolomeo, nei Conventi della Consolazione (presso il Zerbino), della SS. Concezione, di S. Colombano, di S. Bernardo, a Paverano noviziato dei P. Gesuiti, nella Casa della Missione a Fassolo e nel nostro Monastero di S. Chiara. Questo anzi fu uno dei primi a fondarsi, come fu uno degli ultimi a chiudersi essendo stato aperto dal Giugno 1656 fino al Dicembre 1657. Di esso parla a lungo il P. Antero, Agostiniano, direttore spirituale dei Lazzaretti nella pregevolissima sua opera “I Lazzaretti della Città e Riviera di Genova 1656-1657” e da esso ricaviamo le notizie qui riportate. Questo Lazzaretto fu uno dei principali di Genova e forse il primo dopo quello della Consolazione: certo in esso fu di gran lunga maggiore che in ogni altro, eccetto quello della Consolazione, il numero degli infermi accoltivi, in parte mortivi e in parte risanati. Posto il luogo quanto altro mai salubre, vasto per ampiezza di locali, poiché occupava la chiesa, monastero e case attigue, con ville e giardini, riusciva assai comodo agli abitanti della riviera Orientale, sicché da tutti i paesi, da Albaro a Nervi poteano facilmente mandarvi gli infermi. Era stato benissimo provvisto a spese della Città di medicinali, viveri e di quanto occorreva per la cura dei ricoverati. Molti religiosi dell’uno e dell’altro sesso vi prestavano l’assistenza spirituale e di anche corporale degli infermi: e tra essi si distinsero specialmente i Padri Lodovico e Felice da Genova, Pietro del Bisagno, Sebastiano da Recco, Stefano da Spezia, tutti della riforma francescana e i preti della Missione di S. Vincenzo. Gerolamo Giudice, che contratto il morbo poi risanò, Nicolò del Porto, Domenico Boccone di Turriano, Antonio Tratebasso di Marsiglia che era rettore del Lazzaretto, con un fratello che li serviva. Le suore Brignoline di S.ta Maria del Rifugio prestavano pure l’opera loro in questo Ospizio del dolore. Tra esse sono ricordate specialmente Maddalena Baliano Vicario, la prima della sua comunità ad esporre la vita a pro degli appestati. Il Commissario Generale di Sturla, G.B. Centurione, ne encomia la grande pazienza e rassegnazione e il suo zelo nel animare le sue sorelle a sacrificarsi per gli infermi, dicendo che per un sol giorno forse aveano da fare quell’opera, perché già era pronta la corona che la aspettava in Cielo. E il medico Liceti dice di lei, che già moribonda mancandole il fiato, posò il braccio sopra quello della compagna Semino, dicendole che vedeva la SS. Vergine che le benediceva e le chiamava; e ciò dicendo spirò. Le fu trovata una protesta scritta di sua mano, in cui venendo a servire in quel Lazzaretto, donava a Dio la sua vita, pronta a soffrire la peste con tutti i suoi dolori fino alla morte. Di altre suore assai edificanti parla pure lo stesso P. Antero. Il Lazzaretto fu chiuso nel Dicembre del 1657, quando era cessata la peste. Tutta la roba, medicinali e arredi furono di la trasportati al Lazzaretto della Foce. Al suo governo presiedettero successivamente, oltre il sullodato G.B. Centurione, Nicolò Clavesana, Visconte Cicala, Cristoforo Spinola e G.B. Fieschi.