In Salita S. Rocchino, detta anche Crosa del Formaggiaro, accanto all’antichissima cappella di S. Rocco che ha dato nome alla salita, era una casa dei Conti Fieschi detta “il Palazzetto”, già proprietà dell’Abate Gian Filippo Fieschi. Avendo questi lasciato alla sua morte un debito di Lire 34.000 verso il Conservatorio Fieschi del Zerbino, gli amministratori di questo, per rifarsi del loro credito, nel 1832 procedettero alla vendita del palazzetto, che fu restaurato, all’Arcivescovo Card. Tadini, che poi dichiarava di averlo comprato a nome delle suore Agostiniane di S. Ignazio.

La somma sborsata fu di Lire 48.000 e lo stabile acquistato comprendeva oltre il detto palazzo una casa attigua, una cappella con porta sulla strada (che era l’antica cappella di S. Rocco) un’altra cappella nel giardino, una casa annessa a piccolo giardino e la villa con casa del manente. L’atto porta la data del 20 luglio 1832, notaro Barnaba Borlasco (Arch. Delle Agostiniane). Le suore componenti la comunità erano appena 7 superstiti dell’antico grande monastero, cioè Maria Crocifissa Buffa, Chiara Isabella Remorini, Ignazia Maddalena Moltedo, Rosa Maddalena Bocciardo, Maria Innocenza Romaironi, Luigia Vittoria Castellani e Livia Maria Ghiglino. Il nuovo immobile dovette naturalmente subire riparazioni e varianti per essere adattato ad uso della Comunità e per questi lavori e per altri motivi passò quasi un anno prima che le suore potessero andarvisi a stabilire. Ciò avvenne il giorno 3 giugno 1833, nel qual giorno esse, in numero di quattro coriste, cioè le suddette suore: Buffa, Remorini, Multedo e Romaironi, più la conversa Chiara Silvestri, nel pomeriggio fecero il loro ingresso nel nuovo monastero di S. Rocchino, accolte dal loro confessore Canonico Gerolamo De Gregori. Il Canonico, morto nel 1859, fu insigne benefattore di questo monastero. Insieme al Marchese Pantaleo Giustiniani ne promosse l’acquisto, concorrendovi con denaro proprio e con quello avuto da altri benefattori. Lo governò per 10 anni in qualità di Direttore Spirituale con gran zelo, senza mai nulla percepire per le proprie fatiche. In morte lasciò eredi dei suoi averi le suore, legando al monastero una cappellania di 120 Messe annue, come da testamento. Tale eredità fu contestata dagli eredi parenti del Canonico e così la comunità godette soltanto di una parte, somma ricevuta fiduciariamente, sua vita durante, dal generoso benefattore. Al mattino del 4 giugno 1833 si recava al nuovo monastero l’Arciv. Mons. Tadini accompagnato dal suo cerimoniere Canonico Capurro e celebrava la S. Messa nella cappella del coro; dopo visitato la casa, eleggeva Priora della minuscola comunità sr. Maria Crocifissa Buffa e Vicaria Chiara Isabella Remorini. Dopo pochi giorni il 12 giugno entrava pure suor Teresa Doria che già era stata in quella comunità in S. Marta e poi si era ricoverata in S. Silvestro: a poco a poco la comunità crebbe di altri soggetti e riprese nuova vita; fu una vera resurrezione. L’Arcivescovo Tadini, che tanto s’era adoperato per questa, ne fu altrettanto contento, ed ecco come si esprimeva nel presentare alle sue figlie le nuove Costituzioni, surrogandole a quelle del 1779: “Non sapremmo esprimervi bastevolmente, figliuole dilettissime, la dolce consolazione che abbiamo sperimentata nel Signore, intesa appena la lieta nuova del prossimo Vostro ristabilimento e, la maggiore che proviamo al presente, benché non molto lontano dal centro della Città, dov’è sperabile che stabilita tra poco la clausura monastica, rifiorirà insieme l’antica esemplare osservanza. Vi è pur ragione o carissime di benedire perciò e di ringraziare con trasporto di giubilo il Provvidentissimo e Benignissimo Iddio, la cui mercé si van ristorando di giorno in giorno le brecce aperte nei duri tempi decorsi lungo le mura della casa d’Israele e, per la cui bontà le pietre del santuario qua e là in allora disperse da fiero turbine si ricompongono e si rinquadrano per ristaurare e riabbellire quella santa città. A voi però s’appartiene a voi corrispondere con figliale riconoscenza a tanto beneficio: a Voi spetta di promuovere con uno zelo a tutta prova la gloria dello Sposo Celeste che vi riunì in questo nuovo asilo di pace, per li alti oggetti del Suo servizio e dell’altrui spirituale edificazione. Sappiate o dilettissime, che quantunque per le scorse vicende vi troviate presentemente minorate di numero, non sarete perciò meno atte a proseguir l’opera dal buon Gesù affidatavi, purché ravvivando lo spirito della vostra vocazione aspiriate davvero ad esercitarne le virtù con santo fervore e procuriate assai più coll’esempio che colle parole di trasfondere la stima e l’amore nell’animo delle Alunne che avranno a succedervi, zelando soprattutto il fedele adempimento delle vostre Costituzioni”. L’anno 1834 il 7 giugno, sette nuove coriste facevano vestizione e l’indomani la facevano altre tre converse. Nel 1836 la comunità contava 21 tra suore converse ed aspiranti. Però la comunità era ancora nella fase di formazione: non vi era clausura; per chiesa serviva l’Altare eretto nel coro, secondo la facoltà concessa dalla S. Sede fin dall’Aprile 1833. Ma a poco a poco si migliorarono le cose. Si ampliò il monastero e comprata un’altra striscia di terreno dal Marchese Gerolamo Serra, si fabbricò a nuovo la chiesa, elegante opera d’arte dell’architetto Ippolito Cremona, che vi pose particolare amore d’artista e volle decorarla anche di stucchi e ornati, nonostante le rimostranze delle suore che non avendo mezzi di cui disporre, volevano un lavoro semplice. Passati appena quindici anni di tranquillità e di pace per la nostra famiglia religiosa, ecco scatenarsi la bufera rivoluzionaria che, non solo in Genova ma in tutta Italia sconvolse e travolse gli Ordini Religiosi. Per i fatti che riguardano il nostro monastero, cediamo la penna ad un cronista contemporaneo dei fatti che narra in un piccolo quaderno conservato nell’archivio delle suore: “L’anno 1849 il primo Aprile, successe una rivoluzione in città per cui vennero alle armi e, il mercoledì santo giorno 4 a dopo pranzo cominciarono a suonare le campane a martello e si cominciò a sentire il rimbombo dell’artiglieria; noi avevamo preparato per il S. Sepolcro e il Giovedì Santo alle 9 circa di mattino, scoppiò una bomba e un pezzo di libre 12 circa entrò dalla finestra della sala, nel mentre che vi erano le sacrestane e altre monache che, aggiustavano le cose della sacrestia, perché quella stessa mattina si fece lavare gli apparati tutti della Chiesa e siamo andate tutte in cantina e a dormire in refettorio, quando si siamo aviste che bombardavano, perché avessero bombardato tutta la notte, non ne sapevamo nulla, nemmeno quando diede in Monastero, l’abbiamo capito sentendolo a dire da un fanciullo in strada: il fuoco durò fino al venerdì mattino e l’ufficio l’abbiamo detto in capitolo e si poteva dire in cantina, perché in tali circostanze si è dispensate dal salmeggiare in coro; come si resta anche dispensate dal digiuno e dal magro, mangiando quello che si ha. Al Giovedì Santo abbiamo ascoltato la S. Messa letta e colla porta chiusa e tutte abbiamo fatto la S. Comunione. Il Venerdì Santo fecero armistizio e Sabato Santo restò la città in assedio per cui in tal tempo non si può suonare le campane e perciò siamo state due o tre giorni senza suonare nemmeno la piccola campanella dei segni; abbiamo incominciato a suonare appena l’Ave Maria il mercoledì dopo la Pasqua, quando cioè abbiamo sentito suonare gli altri Monasteri e Conventi; Vespro e Mattutino si cominciò a suonare al sabato ma assai brevemente, perché negli giorni avanti il tutto si suonava molto breve colla campanella del Confessore. Da queste cose non si quietò; e sempre si stette col timore di uscire di Monastero, poiché l’anno 1854 presentarono alle camere una legge di soppressione generale di tutti gli Ordini e il 29 maggio 1855 e passato colle mitigazioni di passare di stare in Monastero, fino a che non sieno morte tutte, senza poter più vestirne, prima che passasse la legge col permesso del Vescovo si mandò fuori la robba più preziosa e, anche mobiglia e altre cose, acciò venendo al posso, non trovassero nulla, gli uomini portavano via la robba di sera che si mandò in case particolari con tenerne una nota precisa. Il giorno 19 luglio 1855 si presentarono alla mattina verso le ore 8 gli agenti del governo, pregando la Madre Priora a volersi compiacere di permetterle l’ingresso in Monastero, prenderne il possesso; ma Ella si rifiutò dicendole che non poteva per non aver il permesso dei Superiori e, facendo altrimenti incorrerebbe nella scomunica maggiore come incorrono tutti quelli che in qualche maniera vi si presentano sicché ritornarono dal S. Sindaco che in quel tempo era il Sig. Elena a riferirli ogni cosa. Ritornarono al dopo pranzo gli stessi agenti al Monastero con una lettera del Sindaco nella quale pregava la Madre Priora a volersi senza altro aprire per non obbligarli di entrare a forza ma, Ella nuovamente si rifiutò; con esporre i stessi motivi. Il giorno 21 alle ore otto e mezza mattina si portarono nuovamente al Monastero i suddetti per entrare colla forza (e in tal giorno c’era l’esposizione della 40 ore). Vi erano le guardie di sicurezza. Noi avevamo il permesso di far entrare i nostri Protettori: Sig. Marchesi Pantaleo, Giustiniani e Domenico di Palestrino, assieme al P. Confessore del Monastero, Canonico Felice Persico. Giunti i signori agenti al parlatorio dimandarono nuovamente che li si aprisse (vi erano presenti a questo i Protettori e Confessori) ma rifiutandosi la Madre, cominciarono a rompere la ruota grande, dopo alcuni colpi la Madre gli chiamò e le disse che giacché volevano entrare assolutamente prima sentissero la protesta che era per farle estesa in carta timbrata; ma questi mostrarono di non volere, allora soggiunse la Madre Vicaria che era sempre in compagnia della Priora, con un tono un poco più risoluto, che prima ascoltassero la protesta e allora si tacquero fino a che la Madre non lavesse terminata di leggere: quindi proseguirono a rompere la ruota, fino a poter entrare in Monastero e dalla ruota entrarono due, i quali essendo dentro dimandarono dove fosse la porta di clausura, le rispose la Vicaria che se la cercassero. Non misero gran tempo a trovarla e per aprirla ruppero la serratura della chiave grossa, che si tien serrata alla notte, giacché l’altra l’avevano lasciata senza scontro e le avevan posata la chiave grossa sul tavolino del portico apresso la porta perché potessero aprire senza rompere, ma erano tanto accecati dal demonio che non videro nulla. (la chiave si era lasciata a mezzo per consiglio del Vicario) sicché ruppero anche la serratura e aprirono la porta agli altri Signori i quali entrarono assieme ai Protettori e, confessore appena entrati tutti si presentò la Madre accompagnata dalla Vicaria e due Discrete, e le presentò la protesta che le avea letto prima, scritta in carta timbrata e firmata dalla Priora consegnò all’assessore e nello stesso tempo le disse che si protestava di non entrare in contradditorio. Dopo questo incominciarono a farle inventario e noi non le insegnavamo mai da qual parte dovessero passare e solo seguivamo i loro passi e facevano ridere, perché non sapevano girare e noi sempre appresso senza parlare e se domandavano qualche cosa alla Madre e alla Vicaria si rispondeva, non ho niente da dire, niente da dichiarare e null’altro. Intanto entrarono nelle camere, aprirono le tirature dei tavolini e tutto quello che vedevano chiuso, toccarono perfino quanti materassi teniamo in letto e il tutto notarono, il numero delle camere, delle tavole del Refetorio ecc. ma non sapendo girare il Monastero non le riuscì di vedere tutte le cose. Nel tempo di questa visita le Monache erano libere e stettero in coro a pregare; terminarono questa bella visita a un ora dopo mezzo giorno. Essendo giorno di sabato il P. Confessore ci ordinò di mangiare tutte di grasso, perché veramente eravamo malate come ci dissero i nostri Protettori, la fatica e l’ansietà dei giorni precedenti. Non abbiamo dato nessun elenco come ci domandarono in forza della legge, ma si nascose perfino le tavolette in cui sono segnati i nomi delle Monache per chiamarle al parlatorio, acciò non vedessero nemmeno i nomi delle Monache”. (Lettera scritta da Aligeri Guida, Archivio Arcivescovile II pag. 983 busta III). Tuttavia la legge citata non dava subito lo sfratto alle Religiose ma permetteva loro di continuare a rimanere sotto certe condizioni, nei locali a loro rapiti. Quindi le nostre suore, terminato tutto quel pandemonio, ripresero la loro vita normale, che continuarono ancora per nove anni. La citata cronista continua, notando che l’11 ottobre del 1856 un fulmine colpì il campanile e pel camino passò in cucina e uscì nell’orto, senza recare danni notevoli, benché la Madre Peragallo Priora e altre due suore alle quali rasentò la testa, restassero tramortite. E narra pure che nel 1859 2 febbraio d’ordine di Mons. Arcivescovo, ospitarono nel Monastero due religiose Redentoriste, venute in Italia per raccogliere offerte per una casa di orfanelle di Francia. Ma il 4 gennaio 1864 il Prefetto di Genova comunica alle suore il Regio Decreto 20 dic. P.p. che ordinava di concentrare le Monache di S. Ignazio nel Monastero di S. Sebastiano in Genova entro il termine di giorni 20. Tutte le istanze fatte per poter restare furono inutili. Il 21 gennaio il ricevitore della cassa ecclesiastica Sig. Montiglio procedeva ad un nuovo inventario della casa e l’indomani cominciò l’esodo delle suore di S. Rocchino a S. Sebastiano, dove si recarono in numero di quattro, seguite dal mobilio e dalle altre suore, sicché il 28 gennaio alla sera tutto il monastero di S. Rocchino era sgombrato e la Priora alla presenza dei sigg. Protettori Marchesi, Domenico di Palestrino e G.M. Cambiaso, ne consegnava la chiave al detto Ricevitore. Il Monastero fu tosto occupato da certa madama Donsien francese, che vi fondò un educandato, secondo il desiderio che da anni aveva formulato, consigliata e aiutata in ciò da un P. filippino. Ma dopo un anno dovette abbandonarlo, non potendo continuare la sua opera.